Donne

Ieri è stata la festa della donna.
Uh, sì, wow, che meraviglia.
Una festa che ricorda l’emancipazione della donna nel mondo sociale, del lavoro nonché culturale.
Già il fatto che ci debba essere un giorno all’anno per ricordarcelo, mi manda sui nervi, ma che cosa vogliamo: esistono tante altre occasioni che ci ricordano qualcosa.
Come la festa dei lavoratori, sentita soprattutto dai disoccupati, oppure la festa della mamma o del papà per chi non li ha più.
Tutto molto delicato in questa società, non c’è che dire!
Ma ritorniamo alla festa della donna.
Vorrei ritenere normale l’esistenza di questa festa, ma, purtroppo, un’altra volta, sono in disaccordo.
Se dedichiamo una giornata alla donna, significa che la reputiamo diversa o speciale, in entrambi i casi sbagliato.
No, diversa lo è e sono la prima a apprezzare e a valutare le diversità, ma intendiamoci: sembra quasi un contentino questa festa. Come a dire: “Sì, sì, ok, ci sei anche tu e ti festeggiamo”.
Stessa sorte di pensiero al reputare la donna “speciale”: noi non siamo speciali, siamo donne e come donne abbiamo profondità diverse degli uomini, ma non per questo siamo speciali o meno.
Ma tralasciamo questo prolisso e forse sterile giro di parole.
Vogliamo invece parlare di tutti quei presunti “amici delle donne” che in questi giorni dedicano perle colorate al sesso femminile?!
Se non sbaglio fino ad ieri criticavate le donne -scherzando, sì, certo-.
Siamo alle solite: buoni cittadini sociali nelle occasioni e maniaci-stalkeristi gli altri 364 giorni all’anno.
Per non parlare delle donne!
Ieri “auguri a tutte” e domani tornerete ad odiare quella zoccola che ci prova col vostro ragazzo.
Capite bene che queste feste a me non piacciono.
Io sono una donna.
Voglio essere emancipata.
Voglio essere indipendente.
E voglio che la smettiate con tutta questa ipocrisia.
Ps. In tutto questo non mi hanno manco regalato le piantine nei supermercati in cui sono stata.
Antippa

 

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Libri di pochezza tale

Da ragazza di campagna quale sono, mi sento sempre un pesce fuor d’acqua quando mi trovo a contatto con la città, con la gente di città e con il profumo della città.
Oddio, più che di “profumo” si tratta di “smog”, ma non stiamo qua a polemizzare.
Qualche giorno fa, sono andata in un centro commerciare di periferia. Periferia di una grande città.
A parte che in me vi era la sensazione che dovesse succede qualcosa di brutto da un momento all’altro, ma non stiamo qua a perderci in queste sensazioni.
Scongiurato ogni pericolo di attentato, ho iniziato a girare per i negozi.
Lasciamo stare la trascurabile gentilezza dei commessi e arriviamo al fatto che tutto sembrava così globalizzato da far schifo: ciò che trovavo in quei negozi, lo avevo già visto  in qualche altra parte di questo pianeta.
Ad un centro punto poi sono entrata in una libreria, fortemente convinta di voler comprare un libro. Un libro a caso, che mi ispirasse.
Io non so se fosse quell’ambiente oppure il mio pregiudizio per quel posto, ma io, in quella libreria, non ho trovato altro che merce.
Sì, “merce”.
Mi è sembrato che tra tutti quei scaffali ci fosse solo merce: libri di una pochezza tale da fari venire la nausea.
“Ma chi sei tu?! Sei il Vasari della letteratura?”
No, non sono nessuno, ma non occorre essere un grande critico letterario per comprendere che quelli non erano libri degni di avere questo nome.
Una libreria che vende unicamente libri discutibili non credo si possa definire “libreria”.
Avrò visto più titoli con vampiri e lupi mannari che grandi classici o altro.
Non voglio dire che il genere letterario dei vampiri (qualunque esso sia) sia superiore o inferiore ad altro, ma mi ha fatto specie che fosse il più gettonato.
Certo, mi direte: in questi ultimi anni è stato il genere più amato, ma vi giuro che la sensazione è stata quella che in una libreria di periferia si vendessero libri adatti alla qualità della vita.
Probabilmente mi sbaglio, ma la sensazione è stata questa.
Fatemi sapere la vostra.

Antippa

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