Un caffè e un bicchiere d’acqua.

Giornata afosa.
Afosissima, oserei dire.
Di quelle giornate che ti senti morire e vedi nel caffè l’unica tua arma-amica per sostenerti, prima di cadere a terra, priva di sensi a seguito di un calo di zuccheri.

Entro in quel bar.
Chiedo un caffè e un bicchiere d’acqua.
La barista prende dalla dispensa quella che a me sembrava una ciotola del gatto – e così anni di storia del design buttati nel cesso per colpa mia-.
Apre il rubinetto.
Riempe il bicchiere-ciotola d’acqua.
Me lo posa sul bancone del bar.
Inizio a bere quell’acqua per rinfrescarmi (si fa per dire, era calda!).
Attendo il caffè, in preparazione.
Mi godo questo rito.
Aaaaah, u caffè!!!
Terminata la mia consumazione, mi dirigo alla cassa del bar per il conto: 1.50 euro.
1.50 euro.
Un euro di caffè.
50 centesimi di acqua calda del rubinetto.
Calda.
Rubinetto.
Adesso, mi chiedo.
O mi trovavo improvvisamente a Il Cairo oppure c’era qualcosa che non mi tornava.
Ve ne rendete conto?!
E mi viene alla mente un ricordo…
Solo due mesi fa sono stata a Roma, per la laurea di mio cugino.
Ero entrata in un bar a caso e avevo chiesto la medesima cosa:

un caffè e un bicchiere d’acqua.

Al momento di chiedere il conto, avevo detto alla ragazza al bancone:
«Ti pago un caffè ed un bicchiere d’acqua, per favore!»
Al che la ragazza romana mi guarda e mi dice:
«E secondo te, ti faccio pagare il bicchiere d’acqua? »
Ed io risposi:
«Scusami, sai, in Liguria c’è pure la tassa di valico del locale!»
Avevamo riso.
Ma a pensarci oggi, non c’è proprio nulla da ridere.
Quanto meno ora mi aspetto di pisciare oro!!!
Mi direte: tanto il colore è quello…
Miseriaccia.
Ah, vi lascio una foto di quello che intendo io per il bicchiere a ciotola di gatto:

 

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Bicchiere a ciotola di gatto

Buon inizio settimana!
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Trovate questo piccolo aneddoto anche sulla mia pagina Facebook:

Antonellarealife

La classifica delle più brutte

Apprezzo la sincerità dei bambini, ma ammettiamo che a volte questa sincerità così pura e limpida è tanto scomoda quanto fare un lungo viaggio seduti su una Fiat Panda del ’97 .
Ecco per voi un piccolo aneddoto…
Quando ero alle elementari, ai miei compagni di classe piaceva stillare piccole classifiche interne.

La classifica di quelli che prendevano i voti più alti.
La classifica di quelli che piangevano di più.
La classifica delle bambine più belle e di quelle più brutte.

Era sorprendente come avessi questa grande dedizione nel finire sempre -ma dico sempre!- nella lista delle bimbe…più brutte.
Eh certo.
Il bello è che questi piccoli Lucio Cornelio Silla non se le tenevano per loro queste stradannate liste di proscrizione, no, anzi: le bandivano per tutta la classe e l’unico esilio che producevano era quello di voler sparire dalla faccia della Terra!
Un giorno finì prima tra le più brutte.
Chiesi a loro se questo voleva dire che ero la più bella tra quelle più brutte: avevo fatto chissà quale ragionamento contorto per sperare in qualche cosa di buono e loro, con la sola sincerità dei bambini, mi risposero:
«No, no, sei tra le più brutte. Direi, la prima delle più brutte.»
Ah, bene, grazie!
Qua lo dico seriamente: non è stato facile per una bambina che si vedeva e si sentiva bella fare i conti con i giudizi di altri suoi piccoli simili che, invece, la reputavano brutta.
Andavo a casa da mia mamma e le chiedevo:
«Mamma, sono brutta?»
E lei mi rispondeva:
«Sei come Barbra Streisand: brutta, ma con tante qualità.»
Ammesso che poi davvero Barbra Streisand fosse brutta -a me non sembrava proprio!-, questa frase non aiutava. Per niente.
Mi guardavo allo specchio e mi vedevo bella.
Come facevano gli altri bambini a non vedermi come mi vedevo io?!
Arrivarono gli anni delle medie.
E lì sì, mi sentivo ed ero – effettivamente- brutta.
In quel periodo le provavo tutte per farmi piacere agli altri e per piacere a me stessa.
Il meglio arrivò quando chiesi alla parrucchiera di farmi le meches.
Meches rosse. Rosse fuoco.
Badate bene, non le volevo solo su una ciocca, certo che no: le volevo su tutta la chioma.
Per un mesetto scarso le ho avute del colore desiderato, poi, più passavano i lavaggi, più scolorivano fino a diventare…bionde.
Ora. Per chi non lo sapesse e per chi invece non ricorda, è utile sottolineare che la mia persona presenta i tipici tratti mediterranei: capelli scuri, occhi color nocciuola.
Detto nel dialetto dei mie nonni calabresi, signu nivura come u cuotrego*!
Potete immaginare la bellezza di una splendida creatura in pubertà con le sopracciglia nere e i capelli mezzi biondi.
Bella. Bella vera!
Oltre il danno, pure la beffa: la peluria iniziava a crescere ovunque e gli ormoni facevano impazzire le ghiandole sudoripare.
Era iniziata quella lenta trasformazione da bambina manco troppo carina a grasso e sudato sergente Garcia!
Mamma mia, a ripensarci…
Poi gli anni passarono e diciamo che presi in mano la situazione. Anche il decorso della trasformazione si fermò, raggiungendo una sorta di stabilità accettabile.
Nel corso di questo tempo, però, ho imparato che non importano i giudizi delle persone. Se ti senti bella è giusto sentirti bella. Se vuoi migliorarti, è giusto migliorarsi.
Ho anche capito cosa volesse dire mia mamma in riferimento alla povera Barba : non importa il tuo aspetto, importano le tue qualità, ma se dovessi chiederle ora:
«Mamma, quali sono le mie?»
Lei mi risponderebbe:
«Rompere i coglioni, alzati da quella sedia e vienimi ad aiutare!»
Agli ordini!
Prima di andare, vi lascio questa chicca:
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Buon Week-end,
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Tre metri sotto terra: generazione anni ’90

E chi è che non si è mai fatto una canna?!
Io.
E se c’è una cosa ancora più vera di questa è che se uno non devia in qualche modo non è abbastanza figo.
Eh, povero mondo!
Guardate che la colpa di tutto è imputabile ad una ed una persona soltanto: Moccia.
Federico Moccia.
Maledetto esso sia quando ha deciso di scrivere “Tre metri sopra il cielo”.
Ce lo avete presente?!
Eccolo:

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E se non sapete di che si tratta oppure ne avete dimenticato la portata letteraria, non vi preoccupate: ci sono qua io.

Allora, ci sono ‘sti due personaggi: Step e Babi (sorvoliamo sulla scelta dei nomi, per favore).
Lei: una rotta in culo, precisina, secchiona.
Lui: un bullo, chiodo di pelle e mai un sorriso.
Mai. Ma d’altronde, cosa vogliamo saperne noi di quello che ha visto lui in vita sua?!
E anche se la cosa più grave che abbia mai visto sono stati i ghiaccioli sciolti in freezer a seguito di guasto elettrico, questo nessuno lo saprà.
Quindi, ‘sto Step non sorride mai. E se sorride, regala quel capolavoro alla sua Babi.
Sua e di nessun altro: guai se qualcuno avesse mai osato toccarla, lui lo avrebbe picchiato; e se a toccarla fosse anche stato il padre di lei, con un gesto amorevole da genitore, non ci sarebbe stato verso: avrebbe picchiato pure lui. Ma tanto il padre di ‘sta Babi è un rotti in culo come la figlia e il problema non si è mai posto per tutto il racconto.
Comunque.
Facciamo un passo indietro.
Babi dapprima, appena scoperto che Step ci stava a provà, aveva fatto la spocchiosa; poi, dopo un pò, gliela aveva data come se non fosse sua, in quel stradannato faro abbandonato (o forse mi confondo con “Scusa se ti chiamo amore”?).
Babi.
Babi.
Uhm, Babi.
Ma che poi ‘sta cazzo di Babi come è che si chiamava davvero?!
Barbara? Beatrice? Benedetta?
Chi lo sa.
Mai letto il libro.
Da ragazzina mi sono sempre e solo limitata alla visione del film.
Confusa dalla vita e con l’indimenticabile mono-sopracciglio che mi rendeva una graziosa quattordicenne, mi domandavo se l’amore fosse come quello tra Step e Babi.
Ricordo di aver chiesto al mio primo fidanzatino:
«Ma tu gareggi alle corse di moto?»
e lui mi rispose:
«No, non so manco andare in bicicletta!»
Capì tutto fin da subito.
Mi domandavo se anche io un giorno avrei perso la verginità in un locale fatiscente e pericolante.
Poi mi risposi:
«Ma chi diamine me lo fa fare?!»”
e capii che se fosse successo, sarebbe stato su un letto comodo o comunque in un posto sicuro, certificato a norma, e non in un luogo al di là di una transenna su cui penzola un cartello con su scritto: “Pericolo crollo”.
Mi domandavo se anche io avrei avuto il mio Step.
Ma nella mia vita l’unico “step” che ho mai conosciuto è quello della ginnastica aerobica, attività che ho per altro subito abbandonato per via della troppa fatica che ci impiegavo a salire e a scendere da quel robo.

Noi ragazze degli anni ’90, siamo cresciuti con ‘sti due.
‘Sti due che, in qualche modo, hanno incarnato un pò i nostri desideri reconditi: la ragazza per bene che si innamora del bello e dannato.
E ci abbiamo creduto, per anni.
Tutte noi volevamo il nostro dannato da salvare.
Perché noi donne siamo crocerossine, ci piace far cambiare i ragazzi, lo sapete anche voi: è un cliché!

La storia finisce in maniera tragica: Step e Babi rompono.
Rompono come può succedere ad una normale coppia del mondo terreno, ma state tranquilli: Step poi ritornerà nella storia raccontata nel libro e nel film seguente (“Ho voglia di te”).
Ma sapete quale è la vera differenza tra racconto e vita reale?!
E’ quella che molte volte il tuo Step non ritorna perché preferisce altro rispetto a te.
E tu, che hai sempre creduto a quei 3MSC, vorresti solo ed unicamente sotterralo.
Tre metri sotto terra.

Prima classe, girone degli strani!

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“Legittima” è una parola che mi piace molto.
Unita a “stranezza” non può che farmi prudere le mani e far venir voglia di scrivere.

Ammettiamo che, al giorno d’oggi -e così sembro mia nonna- essere un pò strani fa moda.
Però quelli strani veri li noti subito: si aggirano tra i banconi della Coop a parlare da soli, escono di casa a pisciare il cane con l’outfit più improbabile, li becchi di nascosto ad annusarsi le ascelle, cercando di capire se possono ancora fare a meno di una spruzzatina di deodorante.
Quelli strani, quelli veri, intendo, li noti subito.
Per loro quello è il loro modo di vivere.
Non c’è ne è altro.
E se gli spieghi che sarebbe buona norma non fare certe cose, loro non capiscono.
Quelli sono gli strani originali.
DOC.

Poi ce ne sono altri, invece, che si definiscono persone strane perché fa figo.
Recitano la stranezza per avere un posto nel mondo.
D’altronde, chi è che non ne vuole uno?!

Prima classe, girone degli strani!

Io ne conosco di ogni: da quelli “strani forte” che rischiano la psichiatria a quelli che vivono così, come capita, nella naturalezza del loro essere diverso o semplicemente normale a modo loro.
Se le persone si sforzano ad essere qualcosa, fidatevi che non potranno fingere per molto.
Guardate me.
Io cerco, ogni tanto, di adeguarmi alla moda dei selfie, ma proprio non ci riesco e vengono fuori ‘ste cose qua:

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Vi odio a tutti voi fotogenici.
Buon tutto,
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Tra una muzurka ed un liscio

Ad Enzo Miccio sarà venuto un colpo quando avrà visto, in diretta nazionale, Fedez chiedere la mano della Ferragni.
Mi verrebbe da pensare:

Ma a chi è che non è venuto?

e non per forza per lo stupore o per il romanticismo della scena.
I pensieri a riguardo sono molti: c’è chi si è commosso, c’è chi non ha sentito né freddo né caldo e c’è chi si è stupito cinicamente di quel gesto così originale.
Perché, parliamoci chiaro, questa proposta sembra (bellq o brutta che sia) una copia di quella già fatta a suo tempo da Pintus.
Fedez, per l’amor del cielo, auguri a te e a Chiarax, ma almeno potevi studiartela ancora un pò ‘sta buff…ehm, proposta, scusa!
Magari potevi chiederle la mano durante la settimana della moda a Milano: forse la tua fashion ragazza avrebbe sicuramente apprezzato.
No, perché l’avete vista la faccia della Ferragni?!
Prima avrà pensato: “Cazzo sta facendo ‘sto coso dipinto?!” e poi “Speriamo che il diamante sia grosso”.
Diciamo che dalla canzone si capiva fin dalla prima strofa che le stava per fare la proposta.
Wowchesorpresa.
Oh.
Ma poi io cosa cavolo giudico.
Non li conosco.
Una cosa, però, è certa: a noi poveri mortali non ci resta che sperare in qualche proposta folkloristica, durante la festa del paese, tra una mazurka ed un liscio.
Che amarezza.

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Buona giornata, va!
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Vogliono sparare, sempre.

Circa un anno fa, mi ero attivata per entrare in un gruppo di sentinelle di quartiere su Whatsapp.
Mi era stato presentato come uno strumento innovativo per contrastare il fenomeno dei furti domestici e devo ammettere che l’idea del connubio tra solidarietà di buon vicinato ed utilizzo accorto della tecnologia mi aveva particolarmente entusiasmata.
Ad un anno dal mio inserimento nel gruppo, posso dire con certezza di essermene pentita malamente.
La prima caratteristica che rende questo gruppo particolarmente fastidioso è il razzismo dilaniante che spesso si palesa con frasi tipo:
Ho visto uno di colore che starnutiva davanti al civico 65“.
Che poi quello di colore possa essere tuo cugino, il tuo fidanzato, il tuo avvocato, etc. non conta: è un negro e in quanto tale deve rubare.
E se non vuole rubare, lo deve fare lo stesso: mica può contraddirsi!
Altro elemento che caratterizza tal brillante gruppo di sentinelle è sicuramente quello sul giudizio delle fonti: alquanto discutibile.
Gli screenshot più amati, e condivisi in chat, sono estrapolati da giornali online tipo: “La notizia del vicino” oppure “La Stramba” e via dicendo.
Quando fai notare loro che, forse, occorre prestare più attenzione alle notizie che si leggono e quando consigli di discernere le informazioni, ti accusano di essere una comunista amica degli immigrati.
Ah, io sarei una comunista amica degli immigrati, ma a loro che non vedono l’ora di sparare sulla gente non si dà degli incoscienti?!
Intendendo per “incoscienti” per persone prive di coscienze.
L’ argomento a cui mi riferisco è quello circa l’approvazione della legge sulla legittima difesa domestica da approvare alle Camere, per il quale oggi le sentinelle hanno speso parole.
Nello specifico si lamentavano del fatto che la legge porrebbe dei limiti sostanziati su chi e quando sparare e cioè ai ladri che violano il domicilio, ma solo di notte.
Ma a loro, ‘sti limiti, stanno troppo stretti: vogliono sparare, sempre.
Bum, bum, bum.
Sì, perché oltre ad essere razzisti e populisti vogliono pure essere assassini.
Per loro basta che il loro domicilio non venga violato, chiessene frega se un essere umano muore!
Badate bene: con questo non voglio assolutamente giustificare i ladri, ma arrivare a pensare di ucciderli, mi viene la pelle d’oca.
La pelle d’oca.
Uno, che è stato da me battezzato come “L’Ignorante”, ha risposto ad una mia perplessità sui rischi di tale norma:
A casa mia, sparo a chi voglio!”.
A chi voglio.
Quindi non solo ai ladri: a chi vuoi!
Ma vi rendente conto???

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Ps.
Dite che da assistente sociale rischierei di essere uccisa per una visita domiciliare?

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Buonismo qualunquista

Un anno fa -come mi si ricorda- avevo commentato un video.
Vi allego il mio commento e quelli di risposta degli altri utenti.

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Perché la gente non capisce discorsi un pò più complessi?
Perché bisogna sempre farci guidare dal solito buonismo qualunquista?!
Alla fine stavamo dicendo la stessa cosa…
Che mi sia espressa male?
Buona domenica

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