Lavoro o rimprovero?

Se sentissimo alcuni dei racconti delle donne state giovani tra gli anni ’80 e ’90, capiremmo subito come, per molte di loro, la carriera si fosse fermata con la nascita del primo figlio o la prima figlia. Ancora, per alcune di loro non è stato assolutamente un sacrificio rinunciare a tutto, quindi alla propria autonomia economica e personale, per crescere la bambina o il bambino.
Nelle loro storie si intrecciano una serie di eventi e esperienze lavorative che si concludono, molte volte, con un Poi è nato Giovanni” e ho smesso di lavorare.
La mia mamma, per esempio, ha lavorato per un periodo, appena diplomatosi, come baby-sitter, poi è stata assunta come commessa in un negozio di biancheria e poi, nel 1996, a tre anni dalla mia nascita, ha lasciato il lavoro per dedicarsi a me. Eppure io non la ricordo. Non ricordo grandi passeggiate assieme né grandi lavoretti con la pasta di sale. Io la ricordo sì, in casa, a pulire o a fare cose, ma non la ricordo una mamma attiva. Mi chiedo, dunque, se le cose sarebbero cambiate se lei avesse tenuto il lavoro e avesse, magari, dedicato meno tempo a me, ma quel tempo sarebbe stato di qualità.
Ovviamente non sono qua per parlare di me (anche se mi piace tanto farlo!).
Nessuno può giudicare le scelte di una persona: essere madre o padre è una grande responsabilità ed occorre saperlo.

Oggi, a pranzo, sentendo il fidanzato di mia cugina parlare dei suoi genitori, ho percepito nuovamente questa Eneide verso Itaca: mia mamma lavorava, poi sono nato io e ora fa la casalinga . Mio padre ha sempre lavorato come impiegato nella ditta x.
Emerge come gli uomini abbiano avuto un lavoro fisso: quello avevi e quello ti tenevi, figli o non figli. Nei racconti delle donne, invece, emerge lo stesso file rouge che collega tutte loro e, in un certo senso, ti fa capire come, forse, poteva essere anche socialmente riprovevole non smettere di lavorare se eri donna e avevi la sfortunata fortuna di rimanere incinta.
Quanto, infatti, questa scelta era da imputare ad attività come educazione o cura della famiglia e quanto, invece, era sbagliato -in un certo senso- continuare a lavorare?

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L’amore ai tempi della somatizzazione

Nel 1985 Gabriel García Márquez scriveva “L’amore ai tempi del colera”.
Non sono qua, oggi, per soffermarmi in profonde riflessioni su questo libro né, tanto meno, per fare recensioni di qualche sorta.
Mi piacerebbe, invece, fare uno dei grandi voli pindarici, tipici di questo blog, ed analizzare, unicamente, il titolo di questo stupendo romanzo (che in ogni caso consiglio di leggere!). A partire, infatti, da questo, ho immaginato come siano tante le similitudini con i giorni nostri.
Ma andiamo con calma e capiamo, per prima cosa, che cosa sia il colera.

Il colera – Wikipedia docet – è un’infezione dell’intestino tenue. Il sintomo classico è la diarrea profusa, spesso complicata con acidosi, crampi muscolari e vomito, che dura un paio di giorni.

Leggendo su internet, ho anche appurato che questa infezione sia ormai debellata da anni nei Paesi Occidentali. Vorrei quindi tranquillizzarvi che ad oggi, se uscite -che so- a prendere il pane, avrete buone probabilità di non (in)contrarlo:
-“Buongiorno, colera”,
-“Ma buongiornissimo a Lei, persona da contagiare!”

Se è pur vero che questa infezione sia ormai debellata, occorre ricordare come il mondo occidentale si sia ammalato di una malattia ancora più grande, almeno sotto certi punti di vista. Questa nuova e grande epidemia è la somatizzazione.
Anche in questo caso Wikipedia ci aiuterà a comprendere meglio che cosa sia questo fenomeno:

La trasformazione di impulsi o conflitti psichici inconsci in manifestazioni di tipo organico e funzionale, che si riscontra spec. nelle malattie psicosomatiche.

Se un tempo morivi di diarrea fulminante, almeno giustificata dall’aver contratto una bella infezione, adesso è la tua testa che ti fa caccare sotto (i soliti francesismi, pardon!), apparentemente senza aver contratto alcuna malattia fisica.
Tutti coloro che hanno passato esperienze di esami universitari, colloqui e chi ne ha, più ne metta, conosceranno bene la meravigliosa consistenza che le loro feci prendevano, durante questi indimenticabili momenti di stress. Ah, che bei ricordi!
La nostra società si è ammalata di somatizzazione dell’ansia, dello stress, degli amori che non vogliamo più o che vogliamo troppo.
Tutto questo ci fa stare più male che un bel contagio di colera.
E’ assurdo avere malinconia di certe cose, ma sembra incredibile come, forse, prima, la fragilità della vita ci faceva stare meglio di tutte queste certezze mascherate nell’insicurezza della nostra esistenza.

Con affetto e contagio,
Antonella

 

L’equilibrista

In questo momento della mia vita, sono fortemente convinta che noi esseri umani, per natura imperfetti, non potremmo mai tendere e così raggiungere tutte le cose che si desiderano o si ambiranno.
Questo sia per le possibilità limitate di ciascuno di noi sia per il caso o il destino che rende la realtà più complessa e talvolta più sfuggente di quanto ci immaginiamo.
C’è e deve esserci, però, un dettaglio, un elemento, una sfumatura che ci permette di mantenere l’equilibrio in questa instabilità.
Sono certa che esista un qualche cosa che, una volta focalizzato, ci permette di oltrepassare questa sottile linea sospesa nel vuoto.
Come un equilibrista che si presta a partire da una base solida e percorrere ogni singolo centimetro del filo, senza sapere quante volte cadrà prima di raggiungere la sua meta.
Sì, sa di per certo che ad ogni caduta potrà risalire perché è lui fortemente ancorato al filo grazie alla sua attrezzatura di salvezza, ma sa anche che potrebbe stufarsi di cadere continuamente e perdere così fiducia in quel percorso.
L’equilibrista ha imparato che dei buoni bastoni permettono un andamento fluido e sa che, anche se cadrà, questi bastoni gli permetteranno sempre di compiere grandi passi, prima di perdere l’equilibrio, ogni tanto.
Non è così facile scegliere i bastoni giusti: a volte nessuno di questi serve davvero. A volte, per alcuni tratti, ci si accorge che le proprie braccia sono la principale fonte di equilibrio, più di qualunque altro strumento.
Altre volte, invece, l’equilibrista è consapevole che il suo percorso sarebbe più sicuro con una gamma di aste solida, ma ancora non riesce a scorgere quelle più adatte. Non quelle perfette, perché ogni asta ha i suoi difetti, ma quelle giuste.
Il dubbio, poi, lo sovrasta e non capisce se il problema è la sua mancanza di totale equilibrio oppure quella di non aver ancora saputo individuare quel dettaglio, del suo percorso o dei suoi bastoni, che lo fa andare avanti…
L’equilibrista sa dove è partito, sa che ci sarà una fine, ma non sa quanto soffrirà o sarà soddisfatto al termine di questo percorso.

Sempre più scostante
Antonella

Scuse del cazzo

Mi scuso se, per due lunedì consecutivi, non ho pubblicato alcun racconto per la rubrica “Storie di ordinaria importanza”.

La vita a volte si fa difficile e coordinare eventi nonché pesi psicologici mi ha impedito di coordinare attività volte alla scrittura su questo blog.

Solite scuse del cazzo, ma tornerò e torneremo.
Lo prometto.

Anto

Un passo indietro ed uno avanti

Come e quando abbiamo perso l’umanità?
In quale luogo abbiamo dimenticato la riconoscenza?
Perché siamo diventati così egoisti?
Le alte aspettative sociali ci hanno trasformato in macchina per il raggiungimento dei successi?
Sì, forse è così: siamo in balia di noi stessi, ormai troppo attenti alle nostre frustrazioni, da non capire le sofferenze, i bisogni, le attese di tutti coloro che stanno accanto a noi.
Oscurati dalla nostra soggettività, non riusciamo a levarci il paraocchi che indossiamo e ad osservare, per la prima volta, il mondo intorno.

In questi ultimi anni, crescendo, mi sono trovata dinnanzi a persone che non mi capivano, quindi giudicavano.
Io stessa molte volte giudico troppo rispetto a quello che mi sarebbe concesso e, proprio per questo, oggi, voglio ricordarmi che siamo persone.
Persone diverse. Persone che vivono la vita in maniera stravagante o troppo conforme.
Semplicemente persone.
Ci siamo dimenticati il valore della differenza sui cui ognuno di noi può confrontarsi e crescere.
Abbiamo puntato il dito troppe volte e ci siamo dimenticati di dire semplicemente: “Grazie”.

Oggi pensavo a tutte le 176 persone che, ad oggi, seguono il mio blog.
E’ la prima volta che ci penso: 352 occhi che leggono queste e molte altre parole.
Tutto questo è magnifico…

Grazie a voi, dunque…
Antonella

Storia di un tecnico di cabine per le fototessere

Dalla rubrica: Storie di ordinaria importanza

Storia di un tecnico di cabine per le fototessere

C’era una volta,
un giovane uomo che come mestiere faceva il tecnico delle cabine per le fototessere.
Tra i diversi compiti che gli spettavano per il buon funzionamento di ognuna delle macchine che gli erano state assegnate, doveva anche occuparsi della loro pulizia. Il suo kit comprendeva: un panno in microfibra che utilizzava insieme a uno spray multiuso per pulire il vetro di protezione dell’obiettivo e i vetri dei flash, un prodotto sgrassante per pulire l’abitacolo e lo sgabello, un “piumino” per togliere polvere e ragnatele ed, infine, il suo preferito ovvero una spatola di metallo dal manico di legno. Questo aggeggio aveva la punta ricurva ed era molto sottile: serviva per togliere da sotto la cabina le fotografie che non erano piaciute e che erano state gettate a terra.
Un giorno, nel suo consueto movimento circolare, atto a far uscire tutte quelle fototessere da sotto la cabina, scorse tra i tanti volti quello di una ragazza che -ne era certo- conosceva bene.
Anche se al momento non aveva idea di chi fossero quegli occhi grandi e blu, sapeva dentro di sé che conosceva perfettamente quella persona.
Una volta terminato il turno e tornato a casa, spalancò la finestra e si sedette sul divano, ad osservare quella foto che aveva deciso di tenere.
La luce del tramonto estivo colorava ogni cosa attorno a lui e rendeva quel volto sorridente ancora più luminoso sulla carta patinata.
“Ma chi sei..?” in tutta risposta il telefono squillò e lo fece trasalire.
“Pronto…” la voce del giovane uomo era strascicata, perso ancora come era in quegli occhi blu e in quel sorriso fatto di sole.
“Ciao Eddy. E’ tanto che non ti fai sentire”
Eddy si pietrificò come se avesse sentito la voce di un fantasma e lasciò cadere la striscia di foto a terra.
“Ma… ma… mamma…” balbettò.
“Mi manchi Eddy.” La donna aveva la voce spezzata e bagnata di lacrime.
“Non puoi essere… non puo’ essere… Tu…”

Poi fu il buio e il forte rumore di un clacson gli fecero rivedere la luce. Eddy aprì gli occhi sbattendo le palpebre come se si fosse risvegliato di soprassalto. Non riusciva a capire dov’era e sentiva la testa pulsare. Era seduto sul marciapiede di fronte alla cabina delle fototessere.
“Signore si sente bene?” Un ragazzino che passava di lì si fermò vicino a quel signore che sembrava molto scosso.
“Io…” fra le mani aveva una striscia di fototessere piegata in due. “Io devo andare…”
Si alzò di scatto e dopo aver recuperato tutta la sua attrezzatura, staccò da un blocco un foglio prestampato e lo attaccò alla cabina. Riportava la scritta “Fuori Servizio. A breve un tecnico interverrà per garantirvi il buon funzionamento dell’apparecchio. Ci scusiamo per l’inconveniente.”
Poco dopo, era davanti a un cancello: le spalle curve in avanti come se stesse sopportando un peso molto più grosso di quanto potesse reggere.
Esitò qualche istante prima di varcarlo ma, una volta superato, aumentò il passo fino a correre.
Si fermò di scatto e guardando verso il basso sussurrò una sola parola: mamma.

Il cimitero della città non era poi così triste a quell’ora del giorno. Le rondini stridevano e dal parco vicino arrivavano le urla dei bambini che giocavano allegri. Qualche mamma rideva e qualche nonna cercava di richiamare l’attenzione dei nipoti.
Tutto questo non fece distogliere lo sguardo concentrato di Eddy verso il basso, verso quegli occhi blu e quel sorriso pieno di sole.
“Scusa mamma.”
Una rondine passò tra il sole e la foto sulla lapide e in quel rapido gioco d’ombre fu come se sua madre avesse dolcemente chiuso gli occhi, come faceva ogni volta che voleva consolare suo figlio prima di accarezzarlo.
Una lacrima gli bagno’ il dorso della mano che teneva unita all’altra davanti a se. Si ricordò che stava ancora stringendo quella striscia di carta lucida.
Esitò prima di aprirla, ma il volto che era impresso in cinque espressioni diverse non era quello di sua madre, bensì quello di una ragazza che, a occhio e croce aveva la sua stessa età. Le lacrime continuarono a scendere, ma rimase interdetto da ciò che aveva visto.

Poco più in là sentì un fruscio. Si girò e vide una giovane donna che stava cambiando i fiori dal vaso di una lapide. Tornò a guardare le foto e di nuovo la ragazza. Sgranò gli occhi e scosse la testa come se fosse infastidito da un insetto.
Si incamminò verso di lei e si fermò a una certa distanza.
La ragazza si accorse di quella curiosa presenza e quando si voltò per guardare chi fosse, Eddy si asciugò prontamente le lacrime.
“Non vergognarti di piangere i tuoi cari. Se lo fai è perché hanno lasciato qualcosa nel tuo cuore.” E gli sorrise. Quel sorriso pieno di sole. Quegli occhi blu, profondi come il mare. “Lui è mio padre.” Indicò con un gesto del capo verso terra. “Ero troppo piccola per ricordarlo, ma mia madre mi ha sempre raccontato talmente tante cose di lui…
E’ come se fosse sempre stato come.”
Per un attimo quel sorriso si spense. “Cerco di venire qui tutti i giorni… Oh, scusami… Sono una chiacchierona. Mi chiamo Lucy.”
Gli tese la mano. Lui la prese delicatamente e la fece girare con il palmo in su. Vi mise la striscia piegata e senza dire una parola girò su se stesso e calmo si avviò verso l’uscita.
Lucy rimase qualche istante immobile e poi curiosa aprì quella striscia di carta. Quando la vide si portò una mano alla bocca. Le scappò una breve risata e una volta tolta la mano le era ricomparso sul volto quel bellissimo sorriso pieno di sole. Si sistemò una ciocca dei suoi lunghi capelli biondi dietro l’orecchio. Guardò verso lo sconosciuto e sussurrò: A domani.

di Matteo Falcone


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Matteo Falcone è uno scrittore fiorentino che debutta sulla scena letteraria con il suo primo romanzo: Incastro Perfetto (edito da Europa Edizioni e distribuito da Messaggerie)
Una delle sue grandi abilità nello scrivere è quello di richiamare scene imbevute di musica e di colore.
Potrete trovarlo su:
> FACEBOOK: Incastro Perfetto
> INSTAGRAM: incastro_perfetto2018
Antonella Caruso è una studentessa savonese che debutta sul blog ReaLife: coi piedi per terra e la testa fra le nuvole nel 2014.
A parte scrivere sul suo blog e litigare con tutti quelli che non la comprendono, per ora non ha fatto molte cose, se non amarvi alla follia.
Potrete trovarmi su:
> FACEBOOK: ReaLife: coi piedi per terra e la testa fra le nuvole
> INSTAGRAM: ReaLife_Blog

Il venditore di nuvole

Dalla rubrica: Storie di ordinaria importanza

Il venditore di nuvole

Sinceramente non so proprio come le persone possano andare così matte per ‘sta roba.
Voglio dire: quando lo pizzichi per prenderne un po’, ti si incollano le dita, quando lo porti alla bocca, la saliva lo scioglie tanto velocemente da non darti neppure la possibilità di masticarlo.
Non capisco come possa piacere: forse perché ricorda una nuvola? O forse per suoi colori sgargianti?
Non lo so, fatto sta che, quando vedo queste persone allontanarsi dal mio bancone con ‘sti cosi coloratissimi, mi chiedo se io gli abbia venduto dello zucchero filato oppure una lampadina led.
Bhe, ma se fossero bastati dei colori sgargianti per attirare a sé tante persone, allora ho sbagliato tutto nella vita: pensate voi quante ragazze avrei potuto conquistare, se avessi indossato qualche abito scintillante, eh-eh!
Invece niente: sposato da 35 anni con Mariateresa. Povera anima: ora è molto malata e malconcia. Non che sia mai stata una bella donna, anzi: non lo è mai stata, neppure da ragazza. Sì, pure io non sono mai stato un fiore raro, poi figuriamoci adesso che mi rimangono in bocca dieci denti, se va bene.
Non fa ridere?!

Un venditore di dolci senza denti con la moglie malata di diabete e la figlia sposata con un gelataio.

Questo potrebbe essere il lungo titolo della storia sulla mia vita che direi si sia presa già abbastanza gioco di me.
A volte mi chiedo perché io abbia sposato Mariateresa.
Sapete, da ragazzo ti mettono in testa che se hai una bancarella di dolci e ti tocca muoverti di città in città, di feste di paese in feste di paese, non è facile trovare qualcuna che accetti questa vita. Forse è proprio per questo motivo che mi ero avvicinato a Mariateresa. Anche lei, come me, viveva da nomade-viandante: i suoi genitori, infatti, gestivano le giostre vicino alla nostra attività e siamo diventati grandi assieme, fino a quando non abbiamo deciso di sposarci. Forse senza neppure amarci.

Eccolì qua: altri clienti. E’ mezzanotte e mezza, vorrei chiudere ed andare a dormire, invece no: ‘sto gruppo di ragazzi al bancone. Tanto so già che vorranno.
«Uno zucchero filato, grazie». Ta dan, come immaginavo.
«Oh, mi sa che nella vita voglio fare zucchero filato…». Guarda te ‘sta sera cosa mi tocca sentire!!! Se mi avessero mai detto: un giorno incontrerai una ragazza che ti dirà che nella vita vuole fare il tuo lavoro non ci avrei mai creduto.
Non le rispondo. Cosa le potrei dire?! Che lo odio? Che vorrei che tutto lo zucchero del mondo sparisse?
No, no, tanto non cambierebbe nulla.
Tra poco chiudo e domani sarò da qualche altra parte, a vendere queste nuvole di zucchero e a sperare che Mariateresa possa stare meglio. Meglio di quanto non lo sia stata oggi.
L’idea che possa morire prima di me mi angoscia. Non è la paura di stare solo né tanto meno quella di dover badare a me stesso. E’ piuttosto la paura che non possa conoscere il suo primo nipotino e che lasci a me la responsabilità di raccontare a lui la grande donna che, nel tempo, ho imparato ad amare.

I ragazzi se ne vanno. Stanno scherzando tra di loro con i loro dannatissimi zuccheri filati in mano.
Io li guardo, penso alle nuvole e tutto si fa più leggero…

di Antonella Caruso

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Matteo Falcone è uno scrittore fiorentino che debutta sulla scena letteraria con il suo primo romanzo: Incastro Perfetto (edito da Europa Edizioni e distribuito da Messaggerie)
Una delle sue grandi abilità nello scrivere è quello di richiamare scene imbevute di musica e di colore.
Potrete trovarlo su:
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Antonella Caruso è una studentessa savonese che debutta sul blog ReaLife: coi piedi per terra e la testa fra le nuvole nel 2014.
A parte scrivere sul suo blog e litigare con tutti quelli che non la comprendono, per ora non ha fatto molte cose, se non amarvi alla follia.
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