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Si sono fatti grandi

Si sono fatti grandi.
Hanno detto che sei una ragazzina e che parli troppo, quando non dovresti.
Ti hanno consigliato di stare al tuo posto perché due lauree non fanno di te un uomo, per di più esperto dell’università della vita.
Ti hanno criticata per la gentilezza che per tua abitudine ami usare, volendo mantenere quel filo invisibile chiamato diplomazia.
Ti hanno corretto in un modo e subito dopo ti hanno sgridata di non fare come loro ti avevano detto poiché cosa sbagliata, lasciandoti in un baratro di confusione e di incertezza.
Ti hanno derisa per la tua precisione e poi, non contenti, ti hanno sbeffeggiata per credere ancora in qualcosa.
Ti hanno ammonita di fidarti solo in te stessa, non capendo, invece, che sarebbe bello potersi fidare di qualcuno.
Si sono fatti grandi, sminuendoti.
Quello di cui non hanno tenuto conto è che davanti a loro c’è una persona con un grande dono: l’umiltà di imparare dai propri errori.
Sappiate, quindi, che mentre voi sprecate le vostre energie, sminuendola, lei sta crescendo.
Quando diventerà sicura di sé, accettando tutti gli sbagli che ha commesso, allora sarete voi, per la prima volta, smarriti e dovrete trovare un altro modo per attaccarla.
Imparate a gestire la vostra frustrazione o diventerete piccoli-piccoli a son di affossare gli altri…

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Alle prese con la fine del “primo” lavoro

Se non si vive con un po’ di utopia e un po’ di poesia forse non si può neppurPer me, è stato un onore conoscere tutte loro che, in qualche modo, mi hanno regalato inconsapevolmente qualcosa: esperienza, saggezza, opinioni, consigli…e parlare di vita, quanto -piuttosto- di una forma imperfetta di sopravvivenza.
Poi ci mancherebbe: uno dei grandi doni che ci è stato dato (almeno in linea di principio) è quello di poter essere liber* di condurre la nostra esistenza come ci pare e piace (questo nei limiti della legalità, s’intende! Quini no: il vicino rompiballe non potete ucciderlo, mi spiace!).

Molte volte ci è stato -anche- retoricamente detto che la vita è fatta di tanti capitoli contenuti in un grande libro. Perciò, ogni tanto, si chiude una parte della nostra storia per poi continuare a riscriverne una nuova, diversa…

Bene: ora che ho fatto questa banale nonché ritrita premessa (del tutto inutile) posso procedere con le mie riflessioni (spero) strappalacrime della solita Antonella che fa cose e che le racconta qua: sul suo umile (quanto adorato) blog.

La stagione estiva è finita e con essa si chiude il capitolo:

“Antonella alle prese col primo lavoro da grandi”

(potevo anche trovarci un nome migliore, ma va così…).

Una persona normale terminerebbe questa esperienza (se non sai di che parlo, clicca al rimando!) provando felicità per i soldi racimolati e con una ricerca Booking in corso.
Le persone come me no: riflettono.
Quell* come noi stanno lì: a crogiolarsi tra i pensieri e a cogliere punti di vista, talvolta da condividere (così come amo fare io con voi).

Entrare in un ambiente di lavoro nuovo ti fa provare mille emozioni, in primis quella di estraneità ovvero di sentirti -almeno all’inizio- un estraneo/a.
E’ strano, poi, come col passare del tempo cominci a sentirti così particolarmente intima da pensare di essere (quasi) a casa: i collegh* e le mura diventano inevitabilmente una parte di te.

Non posso dire, però, che il lavoro (e tutto quello che gli riguarda) sia esattamente come essere in una grande famiglia: ci sono relazioni e distanze che comunque bisogna mantenere. In questo, forse e a volte, ho peccato, prendendomi -talvolta- troppe confidenze, dettate- molto probabilmente- dalla mia poca esperienza sul mondo degli adulti nonché dalla mia candida ingenuità.
Ho avuto l’onore di ascoltare le storie, le resistenze e le paure di chi, anche per poco, ha saputo e ha voluto raccontarsi. Così, più che un mestiere, ho imparato che dietro ad ogni attività ci sono, sempre e prima di ogni cosa, persone.
Per me, è stato un onore conoscere tutte loro che, in qualche modo, mi hanno regalato inconsapevolmente qualcosa: esperienza, saggezza, opinioni, consigli…
Grazie, quindi, per gli errori che mi sono stati fatti notare, grazie per le pesantezze che avete subito nelle mie costanti osservazioni o domande (e quante erano!), grazie per questi mesi che sono stati formativi e che, inevitabilmente, porterò con me…

Infine, un abbraccio simbolico a tutti quell* che amano riflettere e adorano provare malinconia per le cose andate…

Antonella, quella che è diventata un po’ più grande.

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Un passo indietro ed uno avanti

Che bello vedere che nessuno al mondo possiede la dote dell’autocritica! Sicuramente questo farà del mondo un posto migliore.

Queste solo le tanto belle quanto ciniche parole che la mia amica Silvia* mi ha regalato questa mattina. (*andate a vedere i suoi lavori illustrati. Potrete trovare i suoi lavori in una delle piattaforme che Linktree riesce a riassumere così abilmente. Ecco il link: Linktr.ee/Bessarts).

Dicono che gli amici e le amiche si scelgono in base alla stessa malattia mentale: io e Silvia, oltre a quella (se pur ancora non diagnosticata), condividiamo lo stesso smascellamento per alcune situazioni inverosimili. Ci accomuna, infatti, lo stesso modo con cui guardare cinicamente a certi avvenimenti che la vita ci presenta. Forse anche per questo siamo tanto amiche.

Capita spesso di chiederci se le persone (soprattutto quelle che incontriamo sul nostro cammino) si mettano mai in condizione di riflettere su come si comportano o si siano comportate oppure se, in balia dell’egocentrismo che le pervade, rimangono ferme su un unico punto di vista: il loro.

E’ legittimo dire che sia difficile gestire: da una parte, l’amor proprio o l’orgoglio di ammettere di star sbagliando; dall’altra, fare la cosa giusta ed un passo indietro.

Anche se, secondo me -e penso che anche Silvia condividerebbe questa mia riflessione-, non si tratta quasi mai di un vero e proprio “passo indietro”.
O meglio: sì, può anche essere un passo indietro, ma intenso come un “cambiare prospettiva da cui guardare”. Questo, dunque, non significa quasi mai “retrocedere”, ma anzi: potrebbe voler dire che ad ogni passo indietro possa derivare uno slancio per andare avanti, magari più forti di prima, magari più saggi e forse migliori, come dice Silvia.

Prendiamoci il diritto di sbagliare e di trovare persone che non ci puntino il dito, senza prima aver fatto loro stesse un lavoro di autocritica. Sant’Iddio.

Cerchiamo di lasciare le frustrazioni davanti allo specchio e volemosi bene, regà!

Antonella

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Sfoghi di un lavoro stagionale

Non ci si rende davvero conto.
Ci accorgiamo quanto siamo o siamo potuti essere fastidiosi, maleducati o inopportuni solo quando ci si trova ad essere dall’altra parte.
Inizio a spiegarmi meglio…

Dopo la magistrale nel mese di Febbraio, a ridosso di un futuro incerto, dettato dall’eventuale possibilità di non passare un esame di stato a Giugno (unico strumento per poter lavorare nel settore dei miei studi), avevo deciso che, a prescindere da come sarebbe andata la mia sorte, avrei comunque lavorato per la stagione estiva come cassiera per una grande azienda italiana, in una piccola città della Riviera.
Sono passata “dall’altra parte” e noto cose da far rizzare i capelli.

Persone che si apprestano alla tua cassa, in pareo, quindi molto probabilmente in vacanza, e pretende da te -povera disgraziata che hai la sfortuna di non poterti prendere una pausa dal ’15-18- una prestazione di pochi minuti che consiste:

  • nel passare la loro spesa -costituita dalle riserve per i prossimi due anni-,
  • nel dare il resto corretto, i bollini, il giornalino del mese,
  • nel erogare una ricarica telefonica da 5 euro di un gestore ancora sconosciuto ai più per i quali non hanno ancora inventato i foglietti di carta con i codici a barre da passare,

Se non compi questa operazione in poco tempo, loro ti sbuffano, infastiditi, come se non si accorgessero che, davanti a loro, c’è una cristiana che, al contrario loro, non è propriamente a divertirsi.
Avrebbero ragione a spazientirsi se perdessi tempo a guardare la raccolta dei punti e attaccassi le figurine. Altrimenti, dinnanzi ad una persona che -a poche settimane dall’assunzione- fa semplicemente il suo lavoro con l’attenzione di chi ancora non ha troppa pratica, mi pare una mancanza di rispetto.
D’altro canto, mi sento ancora di capirli, almeno in parte: molti di loro arrivano in Liguria per pochi giorni, attraversando strade trafficate e sopportando caldi tropicali, abbandonando, per un paio di giorni o addirittura per poche ore, città senza mare e che, quindi, perdere tempo in coda in un supermercato non faccia parte del weekend perfetto: questo lo comprendo. Per questo non vi chiedo di avere la pazienza di Giobbe, ma vi prego solo di portare rispetto.

Antonella

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La metafora del contadino

Quanti di voi, almeno una volta nella vita, ha vissuto quella stramaledetta sensazione di frustrazione nel pensare che la propria vita sia ferma, da tempo, ad un punto fisso?!
Fai un breve riassunto della tua vita e ti trovi ferma o fermo lì, da anni.
A pensarci bene è quasi paradossale: cerchiamo con arroganza un qualche tipo di stabilità (economica, relazionale, etc), ma quando proviamo un qualche tipo di sensazione che si avvicini anche solo lontanamente a quella stabilità cosa facciamo?!
Ne siamo fortemente infastiditi.
Alcuni dicono che questa sia solo una sensazione e che, in realtà, tutto sta andando avanti. Per spiegare ciò ci si può appellare alla c.d. (inventata da me) metafora del contadino.
Il contadino ogni mattina si sveglia e per mesi non fa altro che seminare nel suo orto. Non può fare altro che seminare ed aspettare che i frutti del suo lavoro nascano. Questa metafora, a livello di principio, è necessaria per darsi un auto-conforto, ma non è sufficiente per tranquillizzarci del tutto perché così come il contadino teme il gelo, noi temiamo di non aver seminato abbastanza e che tutto possa andare in malora. Dubbi e paure affollano la nostra mente ed il nostro cuore: avremo un futuro? Tutti questi sacrifici saranno abbastanza?
Nessuno ha risposte.
Abbiate pazienza e il tempo le troverà.
Antonella

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Speranza

Se ne stavano silenziose e nascoste, come ombre di notte. Era ormai tutto finito: il fuoco si era spento ed il buio era ormai giunto. Da quando questo triste giorno venne, si sentiva in lontananza una cupa danza. L’ansia e l’irrequietezza ballavano, a ritmo di un sordo motivo accelerato. Ascoltavano, in disparte e malinconiche.
Ma fu proprio mentre se ne stavano lì che, in un giorno qualunque, passò per caso una piccola fiammella. Ci volle solo un attimo per riconoscerla: era proprio lei. Si alzarono e con un balzo si aggrapparono a quella scintilla. Tenendola ben stretta tra le mani, si avvicinarono, tremanti, a quella musica. Con le gambe ancora indolenzite, fecero un passo e poi un altro, a ritmo di musica e si unirono a quella danza che chiamarono speranza.

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Come il seme di un fiore

Ieri chiesi ai miei amici quale fosse la cosa più romantica che avessero mai ricevuto dai loro compagni o dalle loro compagne. Devo ammettere che per questa domanda mi odiarono molto ed io riuscii a provare lo stesso sentimento per me stessa.
Tentammo tutti e tutte di spolverare un ricordo di un grande gesto d’amore, ma tirammo fuori solo manciate di mosche. Sì: c’era chi aveva ricevuto questo e c’era chi aveva ricevuto quest’altro, ma nessuno di noi sembrava esser convinto.
Davvero i gesti d’amore sono l’amore?
Solo uno di noi ebbe il coraggio di dire che le grandi azioni non sono altro che valori aggiunti, ma inutili se alla base non si dimostra l’amore nelle piccole cose quotidiane. Ci guardammo tutti negli occhi, consapevoli che aveva ragione.
Personalmente riflettei sul fatto che chi mi aveva fatto quei gesti romantici, in questo momento, non si trovava al mio fianco (per colpa mia, sua, di qualcun altro: al momento non importava questo aspetto). Capii che, per quanto grandi questi gesti possano essere, nulla potrà mai prendere il posto di quell’amore che nasce pian piano e si coltiva nelle piccole cose di tutti i giorni. Come il seme di un fiore: solo uno stolto pretenderebbe di vederlo sbocciare senza che prima non ci si è presi cura di lui, tutti i giorni, annaffiandolo…