La metafora del contadino

Quanti di voi, almeno una volta nella vita, ha vissuto quella stramaledetta sensazione di frustrazione nel pensare che la propria vita sia ferma, da tempo, ad un punto fisso?!
Fai un breve riassunto della tua vita e ti trovi ferma o fermo lì, da anni.
A pensarci bene è quasi paradossale: cerchiamo con arroganza un qualche tipo di stabilità (economica, relazionale, etc), ma quando proviamo un qualche tipo di sensazione che si avvicini anche solo lontanamente a quella stabilità cosa facciamo?!
Ne siamo fortemente infastiditi.
Alcuni dicono sia che questa sia solo una sensazione e che, in realtà, tutto sta andando avanti. Per spiegare ciò ci si può appellare alla c.d. (inventata da me) metafora del contadino.
Il contadino ogni mattina si sveglia e per mesi non fa altro che seminare nel suo orto. Non può fare altro che seminare ed aspettare che i frutti del suo lavoro nascano. Questa metafora, a livello di principio, è necessaria per darsi un auto-conforto, ma non è sufficiente per tranquillizzarci del tutto perché così come il contadino teme il gelo, noi temiamo di non aver seminato abbastanza e che tutto possa andare in malora. Dubbi e paure affollano la nostra mente ed il nostro cuore: avremo un futuro? Tutti questi sacrifici saranno abbastanza?
Nessuno ha risposte.
Abbiate pazienza e il tempo le troverà.
Antonella

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Speranza

Se ne stavano silenziose e nascoste, come ombre di notte. Era ormai tutto finito: il fuoco si era spento ed il buio era ormai giunto. Da quando questo triste giorno venne, si sentiva in lontananza una cupa danza. L’ansia e l’irrequietezza ballavano, a ritmo di un sordo motivo accelerato. Ascoltavano, in disparte e malinconiche.
Ma fu proprio mentre se ne stavano lì che, in un giorno qualunque, passò per caso una piccola fiammella. Ci volle solo un attimo per riconoscerla: era proprio lei. Si alzarono e con un balzo si aggrapparono a quella scintilla. Tenendola ben stretta tra le mani, si avvicinarono, tremanti, a quella musica. Con le gambe ancora indolenzite, fecero un passo e poi un altro, a ritmo di musica e si unirono a quella danza che chiamarono speranza.

Come il seme di un fiore

Ieri chiesi ai miei amici quale fosse la cosa più romantica che avessero mai ricevuto dai loro compagni o dalle loro compagne. Devo ammettere che per questa domanda mi odiarono molto ed io riuscii a provare lo stesso sentimento per me stessa.
Tentammo tutti e tutte di spolverare un ricordo di un grande gesto d’amore, ma tirammo fuori solo manciate di mosche. Sì: c’era chi aveva ricevuto questo e c’era chi aveva ricevuto quest’altro, ma nessuno di noi sembrava esser convinto.
Davvero i gesti d’amore sono l’amore?
Solo uno di noi ebbe il coraggio di dire che le grandi azioni non sono altro che valori aggiunti, ma inutili se alla base non si dimostra l’amore nelle piccole cose quotidiane. Ci guardammo tutti negli occhi, consapevoli che aveva ragione.
Personalmente riflettei sul fatto che chi mi aveva fatto quei gesti romantici, in questo momento, non si trovava al mio fianco (per colpa mia, sua, di qualcun altro: al momento non importava questo aspetto). Capii che, per quanto grandi questi gesti possano essere, nulla potrà mai prendere il posto di quell’amore che nasce pian piano e si coltiva nelle piccole cose di tutti i giorni. Come il seme di un fiore: solo uno stolto pretenderebbe di vederlo sbocciare senza che prima non ci si è presi cura di lui, tutti i giorni, annaffiandolo…

Breve pensiero: amicizia

A Fede…

 

L’essere amico o amica di qualcuno/a è un onere molto gravoso: richiede impegno, dedizione ed un udito ben allenato.
Quello che ci avrebbero dovuto insegnare è che c’è una grossa differenza tra il sentire e l’ascoltare. L’amico sa fare bene questa seconda cosa che richiede quel strano collegamento tra orecchio e cervello, permettendoti di essere attento/a e recepire il disagio, i problemi e le emozioni dell’altro/a.
All’amico/a hanno anche dato una grande qualità: il non giudizio. Anche perché l’ascolto senza il non giudizio è come avere una barca, ma senza remi. L’essere amici/che, credetemi, non è una cosa così scontata.
Forse è più difficile dell’amare. No?
Di una cosa sono certa: ringrazio ogni giorno per aver puntato tutto sull’amicizia…

Esaurimenti, frustrazioni e amici vari.

A volte dovremmo smettere di guardarci troppo indietro: quel che è stato, è stato. Il passato ci ha sicuramente temprat*, ci ha fatto diventare quel che siamo, ma dobbiamo avere la forza di lasciarlo lì dove deve stare: lontano da noi.
Forse è anche sbagliato dire che dovremmo proiettarci solo al futuro perché tanto, questo “poi”, ci presenta davanti sempre qualche imprevisto che non sempre è programmabile.
Dicono di vivere il presente, gettando le basi per il futuro, ma con la consapevolezza di stare nel hic et nunc.

Molte persone, ormai di una certa età (ancora giovani, ma non più tanto arzille), non hanno ancora capito il valore del vivere il presente. Esiste un se avessi fatto questo, allora oggi non sarei così che ha creato un vortice di depressione. Molti di loro sono incapaci di camminare con la schiena rivolta al passato, le spalle verso il futuro e i piedi ben ancorati al presente.
Mi ricordano un po’ una delle versioni di Euridice ed Orfeo ovvero quella in cui lui, ad una certa, dopo aver camminato senza mai voltarsi indietro, all’improvviso si gira, lasciando Euridice al suo tremendo destino. Bhe, per alcuni ossessionati dal passato, non c’è manco l’effetto suspance del si gireranno oppure no?!: il loro Orfeo si volta subito ed Euridice: fottiti, rimani agli inferi che io devo guardare indietro.

Euridice siamo tutti noi: figli e figlie di genitori assenti, troppo occupati dalle loro frustrazioni personali. Figli e figlie infelici nel vedere le loro madri o i loro padri occupati a soffrire per qualcosa che è successo o non è successo decenni prima. La depressione o la frustrazione è un sentimento davvero ingombrante che falcia la felicità delle persone che incontra. E’ un dissenatore, detto alla Rowling,  che assorbe le energie positive di tutti e tutte coloro con cui entra in contatto. Solitamente ad essere vittima di tale condizione è una persona, a volte inconsapevole di questa situazione, incapace di aiutarsi o accettare l’aiuto degli altri. Questa persona, nolente, può trasmette questa negatività.

E’ difficile, per un figlio o una figlia, dover dire alla propria madre o al proprio padre di aver notato un’esaurimento nervoso, emotivo o altro. Quando, però, prende la forza per farlo, può succedere che il genitore rimbalzi quella che, secondo lui o lei, è un’accusa o una mancanza di rispetto, rispondendo seccato/a che, ad aver un problema non è lui o lei, ma il figlio/a.
Si crea così un vortice di incomprensione: da una parte, i figli si sentono presuntuosi (o anche un po’ stronzi, diciamocelo) ad aver azzardato una diagnosi di quel tipo; dall’altra, il genitore penserà, a sua volta, che ad avere un problema non sia lui/lei, ma i figli . Tutti finiscono per sentirsi frustrati -chi in un modo, chi nell’altro- e si sta male. Si vive male..

A quel punto, la famiglia non è più qualcosa che riunisce, ma diventa qualcosa da cui scappare….

 

Instagram: @realife_blog

Antonella

I grandi tetti

Un giorno mi dissero che non posso pretendere di costruire una casa, partendo dal tetto. Ragionandoci a freddo, credo che questo riassuma perfettamente la ragione di fondo del mio comportamento.

Pensare a quante volte io abbia iniziato a costruire qualunque cosa dall’alto, senza le fondamenta, mi fa sentire molto sciocca. Questo deve essere per forza un atteggiamento da presuntuosi/e o da codardi. E temo che quello che mi faccia vergognare di più sia proprio la seconda opzione: mi sono comportata da vigliacca.

Ho sempre pensato di poter superare determinate tappe solo per la fretta di costruire qualcosa. Il desiderio di certi grandi obiettivi, insiti in me sia perché inculcati dalla famiglia sia per predisposizione naturale, mi hanno sempre disorientata da quello che davvero conta nella vita: le emozioni.

Talvolta ho tradito me stessa nel pensare che, alla fine, importassero i sani principi che un’altra persona dimostrava avere e, soprattutto, gli obiettivi condivisi. Ho tradito me stessa perché mi sono messa da parte e ho creduto che vivere e pretendere le attenzioni di una persona fossero cose da viziata o da principessina.

Predico sempre di abbattere pregiudizi, ma proprio questa volta, inconsapevolmente, mi accanivo contro tutte quelle persone (donne o uomini che siano) che pretendono dagli altri un certo tipo di attenzioni. Pensavo che queste ultime fossero persone un po’ spacca cazzo, detto senza censure. Bhe, e sia: io sono una di loro!

Tutto si basa sull’amore, gente. Tutto nasce e si evolve da lì.
All’amore non si chiede nulla. L’amore viene spontaneo, senza paure, senza limiti.
E l’amore è quella cosa che si coltiva pian piano, senza dare nulla per scontato.
Solo da quella base si possono costruire i grandi tetti.
Ed essere davvero felici….

Faccio tanto la saggia, predicando anche qua sul blog tante cose belle, ma in realtà non ho mai capito nulla.

Umilmente,
Antonella

Utopie e destini

Ho sempre confidato nel destino e ho sempre pensato che esistano delle cose che debbano succedere o risuccedere, prima o poi.

Ne ho già parlato molto in questo blog, ma devo ammettere che, dopo poco dalla pubblicazione di questi piccoli pensieri, mi trovavo spesso a smettere di credere in quello che avevo scritto e a ritornare poi nel mio bunker sicuro. Per troppo tempo sono stata e mi sono abituata a viaggiare su un Maggiolone bianco, imbottito di gomma piuma, ad una velocità di 5km/h, preferendo strade larghe, aride e ben tracciate piuttosto che stradine strette, pericolose, ma fiorite.

Siamo in una società insicura che non ti permette di parlare o di pensare al domani, costringendoci spesso a fare scelte moderate per paura di rimanere fregati o fregate da questa precarietà che contraddistingue ‘sta dannata epoca storica (un saluto al Grande Zygmunt).

Quello che forse manca nella mia vita come (forse) in quella di molte persone che si potrebbero ritrovare in queste parole, è l’utopia. Siamo in un momento storico in cui mancano gli ideali.

A me personalmente manca svegliarmi la mattina e pensare ad una sorta di utopia con la quale poter interpretare la vita. Questa insicurezza ed incertezza del futuro mi ha fatto spesso rimanere ancorata ad una baia sicura perché solcare mari agitati fa paura. Tutto mi pare grigio, incolto e arido.
Ho bisogno di vivere.
Davvero.

E voi come state?
Antonella